Kabalist
La Kabalist era un laboratorio volante. Tre ponti modulari, sistemi di contenimento di classe militare e una riserva d'energia stabile per alimentare almeno una dozzina di esperimenti in simultanea. La Red Eclipse non la lasciava mai senza scorta.
Ma stavolta era sola.
Una missione precedente della Mano Oscura aveva risolto il problema. Un'unità aveva piazzato microcariche nei condotti di raffreddamento delle fregate assegnate alla protezione della nave. I reattori saltarono appena lasciato Thedas Zero, uno spazioporto scavato su un asteroide cavo. Nessun superstite, nessun testimone.
Nel buio si mosse una sagoma.
Non aveva identificazioni, solo un incarico. Indossava una esotuta cinetica dotata di campo d'occultamento, aveva una pistola anti-armatura magnetica e un fucile antiscudo agganciato a un supporto dorsale. Un lanciagranate EMP spuntava sopra la spalla. Il taser da polso pulsava luce azzurra, pronto a bruciare scudi in un istante.
Mara Ka-el.
L'approccio fu orbitale, dalla parte cieca dei sensori. La navetta stealth eseguì un taglio termico, simulando una cometa microbalistica. Quando la traiettoria della Kabalist virò per compensare l'orbita, Mara venne espulsa nel vuoto. Nessun segnale, nessuna traccia.
Manovre millimetriche coi retrorazzi. Tre minuti in assetto inerziale. La corazza della nave le riempiva il campo visivo.
Obiettivo: boccaporto esterno d’emergenza, laterale, sottosezione habitat.
Bloccato. Come previsto. Mara agganciò un collarino da fusione sul telaio del pannello. Attivò la microcarica. Nessuna esplosione: solo un cerchio di metallo che si staccò con un gemito, espellendo un soffio di vapore.
Entrò.
La gravità artificiale era instabile: la nave stava processando un ciclo di riconfigurazione ambientale. Perfetto.
Un condotto tecnico correva dietro il primo corridoio. Taglio laser, lento, chirurgico. Infiltrazione da manuale.
Si immerse nel ventre della Kabalist.
Tre compartimenti attraversati. Cavi, tubi, aria stagnante. Vide due manutentori transitare sotto di lei, ignari. Uno stava maledicendo la torretta impazzita al comparto 7A. L’altro rideva. Mara sgattaiolò da sopra.
Uscì nei pressi del ponte ingegneria secondario. Iniziò la caccia.
La torretta automatica all'ingresso venne disattivata con una nube EMP a bassa potenza. Altri due tecnici. Li neutralizzò in silenzio: taser anti-scudo al primo, una torsione del collo al secondo.
Accesso al terminale primario. L'autodistruzione era armata ma passiva. Protocollo standard Red Eclipse: si attiva solo se l’integrità della missione viene minacciata in modo irreversibile.
Mara avviò il bypass. Due minuti. Poi, l’imprevisto.
Un droide di decontaminazione emerse dal vano laterale. Rilevò la presenza di materiale organico non autorizzato. Inviò il segnale.
Allarme ambientale.
Due compartimenti tentarono di isolarla, inviando droni di sorveglianza. Fallirono, ma identificarono la minaccia: estrema. Protocollo d'escalation: autodistruzione innescata. Cinque minuti al conto alla rovescia.
«Merda.»
La furtività era finita.
Mara lanciò una granata al fosforo. Accecò le camere. Forzò il portello del reattore ausiliario con una carica da demolizione, la sola che aveva portato. Due guardie: una morì sotto l’onda d’urto, l’altra ricevette un colpo di shotgun al femore, poi uno al casco. Mara rotolò dietro una paratia, collegò l’interfaccia ausiliaria e forzò il sistema.
Autodistruzione: disinnescata. Ora la nave sapeva.
Le torrette si attivarono. I corridoi si riempirono di barricate montate al volo. I superstiti sparavano a ogni movimento. Mara cambiava direzione ogni trenta secondi. Bruciò due passaggi di sicurezza con la taglierina. Strisciò nei condotti. Sparò solo quando serviva.
L'obiettivo era il ponte.
Due barriere cinetiche lo proteggevano. La prima crollò sotto un'interferenza EMP direzionata. La seconda resistette e Mara dovette recidere un’intera giunzione di energia per aprirla.
Attivò il campo di occultamento prima di entrare. Tre secondi. Abbastanza.
Sgattaiolò nel cuore della sala comandi. Il comandante stava urlando qualcosa in cuffia.
«Troppo tardi.»
Tre colpi nella schiena. Due alla testa. Il corpo crollò sulle console.
Mara digitò il codice:
«Kabalist, codice Atra-Null, comando 009. Override totale.»
Le luci si spensero. Tutti i sistemi si fermarono. La nave era sua.
Scese nella stiva, sfruttando le credenziali del comandante per aprirsi un passaggio sicuro.
Il vault che cercava era nel comparto criogenico. La serratura biometrica saltò via con una microcarica direzionale, mentre per la camera interna il tesserino del comandante si rivelò molto utile.
Dentro, un cilindro. Al suo interno, un organismo. Respirava, o simulava il respiro. Strati concentrici di tessuti pulsanti, incapsulati in gel a bassa densità. La Sostanza 96.
La prese e la agganciò alla tuta. Poi si spostò fino al portellone dorsale.
«Pacco recuperato. Estrazione.»
Impulso ricevuto. La baia si aprì. La navetta tornò, mimetizzata contro il buio.
Mara saltò. La Kabalist rimase indietro. Spenta. Silenziosa.
I sopravvissuti potevano pure riprendersela. Lei aveva già tutto.
Ma la Red Eclipse non avrebbe dimenticato. Mai.